Per rilanciare la saga di Star Wars in Oriente verrà realizzato un romanzo in mandarino, ma i tentativi di attrarre il pubblico cinese spesso somigliano più a delle auto censure

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L’ultimo in ordine di tempo è un romanzo legato alla saga di Star Wars: per riuscire a conquistare il pubblico cinese, Disney ha stretto un accordo con China Literature, casa editrice online della Tencent (una delle media corporate più grandi della Cina, con parecchi interessi anche in Occidente), per la pubblicazione del primo romanzo ufficiale della saga in mandarino. Le due società hanno incaricato il giovane e popolarissimo autore che si nasconde dietro al nome di penna His Majesty The King di scrivere un’opera, di cui non si conoscono ancora dettagli per quanto riguarda la trama, che cali però le caratteristiche fondanti della serie creata da George Lucas nella peculiare cultura del paese orientale. Ad accompagnarla anche una quarantina di ebook.

L’obiettivo è presto detto: convincere il numerosissimo pubblico cinese a innamorarsi definitivamente di Guerre Stellari. Quando uscirono i primi film negli anni Ottanta, infatti, il regime non permetteva l’importazione di molti titoli stranieri e quindi i cinesi hanno conosciuto gli Skywalker solo nel 2015 con la nuova trilogia e Il risveglio della forza: dopo un incasso ragguardevole di 124 milioni di dollari, però, i risultati dei titoli diffusi negli anni successi è di molto calato, tanto che Gli ultimi Jedi è stato un vero flop. Ora Disney e Lucasfilm tentano di imporre la prossima release, L’ascesa di Skywalker in arrivo a dicembre, con una campagna di marketing davvero imponente e che passa anche per tentativi crossmediali di tesaurizzare sulle fanfiction online molto popolari soprattutto fra i giovani cinesi.

Non è un caso che il focus di Disney, ma di tanti altri studios cinematografici, sia negli ultimi anni ansiosamente rivolto al mercato cinese: dati di alcuni anni fa, ma ancora confermati da trend più recenti, attestano quel mercato filmico come quello più in ascesa in tutto il mondo, che presto supererà quello americano, complice la crescita concomitante di una classe media benestante e il boom immobiliare che vede la costruzione continua di nuove sale. I quasi due miliardi di spettatori cinesi sono un bottino che i filmmaker hollywoodiani non si possono lasciar scappare, anche a costo di arrivare a consistenti compromessi a livello sia produttivo sia tematico.

Il film Transformers 4 è ambientato in gran parte a Hong Kong

In effetti, nonostante un ammorbidimento graduale della propria censura negli scorsi decenni, il regime cinese permette l’entrata in patria di un numero limitato di film, scelti soprattutto fra quelli ritenuti innocui alla propaganda. Ci sono ovviamente modi per aggirare le maglie comunque strette della censura, ad esempio promettendo la maggior parte degli incassi al governo o, pratica ancora più comune, co-produrre le pellicole con compagnie cinesi, in modo che i titoli non risultino più come stranieri. Qui però la contropartita è ancora più rigidamente regolamentata: ad esempio i film co-prodotti devono essere almeno in parte ambientati sul territorio nazionale e avere almeno un terzo del cast di attori cinesi.

Se questo avviene da un punto di vista tecnico-produttivo, c’è anche da considerare tutti gli adattamenti tematici che devono essere effettuati per far passare il film come accettabile dalla Cina. Un film come Transformers: L’era dell’estinzione del 2014 è pieno zeppo di product placement rivolto solo al pubblico cinese, in altri come Red Dawn e World War Z il nemico originariamente cinese è stato tramutato in nordcoreano in post-produzione per non urtare la sensibilità del pubblico di riferimento. La stessa Disney è stata accusata di edulcorare alcune storyline, spesso legate all’omosessualità, in film come Thor: Ragnarok, Captain Marvel e la stessa saga di Star Wars, per non incappare in impedimenti nell’esportazione verso la Cina.

La tensione riguardo a queste dinamiche arriva talvolta al grande pubblico: ha fatto molto parlare di sé un recente episodio della nuova stagione dell’irriverente serie animata South Park in cui veniva chiaramente ridicolizzata la tendenza disneyana ad autocensurarsi solo per aver garantito il lasciapassare in Oriente: un film sulla band formata dai giovani ragazzini veniva appositamente modificato per compiacere i cinesi (“Ora so come si sentono gli sceneggiatori di Hollywood“, dice Stan mentre deve riscrivere lo script piantonato da alcune guardie cinesi). Di tutta risposta (anche in riferimento a un campo di rieducazione di cinesi mussulmani che si vede nello stesso episodio), il governo cinese ha cancellato ogni traccia di South Park dalla rete, compresi social network e servizi di streaming.

Provvedimenti simili sono stati adottati in queste settimane anche nei confronti di titoli apparentemente più innocui: la distribuzione del film d’animazione Il piccolo Yeti è stata bloccata in Vietnam e Malaysia perché in esso compare una cartina in cui alcuni territori contesi sono attribuiti invece alla Cina. Insomma è chiaro che la questione è molto simile a un’arma a doppio taglio: per non perdere il proprio primato mondiale Hollywood ha bisogno del pubblico (e degli investimenti) provenienti dalla Cina, viceversa il governo cinese è ben disposto a concederli a patto che si rispettino i suoi valori e la sua propaganda. Il gioco vale forse finanziariamente la candela, nel frattempo però i produttori americani rischiano di perdere la propria identità e la propria autonomia in cambio della mera sopravvivenza. Cosa che nella storia non ha mai esitato a fare, direbbero alcuni.

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